Durante il mese di agosto la mia attenzione è caduta parecchie volte sulla qualità dell’ascolto, un’abilità umana di cui si parla tantissimo e di cui si fa scarsissima esperienza. Nel mio ambito di lavoro è una competenza fondamentale, e in qualsiasi interazione umana è uno degli elementi che fanno la differenza e stabilisce il divario tra la connessione e la separazione.
Nel lavoro di conoscenza di sé e di liberazione dagli schemi automatici della macchina, l’ascolto è a mio avviso un luogo cui tornare costantemente. Sembra facile, ma non lo è. È una pratica potentissima che agisce a tutti i livelli dell’essere. Nella grandissima maggioranza dei casi siamo convinti di ascoltare le cose come sono senza chiederci cosa stiamo ascoltando.
Come faccio a riconoscere a cosa sto dando attenzione? Come faccio a rendermi conto di cosa sto escludendo? Come accorgermi di ciò che sto evitando? Per me il modo è quello di allenarmi a intercettare ciò che accade nel corpo. Un misto di disponibilità sensoriale e osservazione di moti emotivi e flusso di pensieri.
Il primo ascolto è dunque quello che offro a me stessa. Cosa ascolto quando mi ascolto? Quali aspetti dell’esperienza rapiscono la mia coscienza? Forse il flusso di pensieri? Forse la reattività emotiva? Forse il disagio nel corpo? In questo caso non si tratta di ascolto, bensì di attenzione meccanica rivolta alla struttura del tipo. Ascolto il dialogo interno che neppure mi rendo conto di avere.
Perché sia ascolto è necessario essere disponibili al silenzio della testa, alla calma del cuore, allo spazio nel corpo. Non significa non pensare, non provare e non sentire, bensì riconoscere che siamo in trappola, lasciare che pensieri, emozioni e sensazioni siano, senza bloccarli, rimuoverli o rifiutarli, bensì accoglierli con non attaccamento e facendo un rischioso passo nel non sapere.
Considerando le 27 sfumature descritte dalla mappa dell’Enneagramma possiamo riconoscere le doti incorruttibili e le trappole manipolanti che ognuna offre. All’interno di ogni punto, tipo e istinto vivono un’ampia varietà di livelli di libertà e di limitatezza dell’ascolto. Tutti parliamo molto più che ascoltare e intendo che innanzi tutto parliamo a noi stessi. Molto spesso anche quando interagiamo abbiamo urgenza di dire la nostra. Che poi effettivamente decidiamo di farlo oppure no, dentro di noi dobbiamo sviluppare opinioni e reattività per sentirci al sicuro in un’immagine di noi stessi familiare.
Se sono un tipo Uno la mia attenzione va alle possibili critiche e sono facilmente ossessionato/a dalle mie idee e ostinato/ circa le mie opinioni. Ascolto quanto in me o nell’altro/a sono presenti la precisione, il dettaglio, la correttezza, l’eccellenza, la responsabilità e l’impegno pratico.
Se sono un tipo Due la mia attenzione va ai rimandi positivi o negativi e sono facilmente perso/a nel voler influenzare l’altro/o. Ascolto quanto in me o nell’altro/a sono presenti segnali di connessione o sconnessione, considerazione, compiacenza, complimenti, riconoscimenti e disponibilità.
Se sono un tipo Tre la mia attenzione va alle interferenze al raggiungimento dei miei obiettivi e sono facilmente calcolatore e impaziente. Ascolto quanto in me o nell’altro/a sono presenti segnali di ammirazione e stima o disprezzo, concretezza, logica, competenza, sinteticità e opportunità di sfida.
Se sono un tipo Quattro la mia attenzione va al possibile rifiuto o incomprensione e divento facilmente offeso/a e autoreferenziale. Ascolto quanto in me o nell’altro/a sono presenti delle imperfezioni, se ci sono intensità, sensibilità, profondità, intimità, condivisione personale e ricercatezza.
Se sono un tipo Cinque la mia attenzione va alle possibili aspettative e alla troppa vicinanza e sono facilmente perso/a nei concetti. Ascolto quanto in me o nell’altro/a sono presenti la conoscenza dell’argomento, la qualità delle informazioni, la scarsezza o eccesso di parole, la riservatezza, l’essenzialità e la trasparenza.
Se sono un tipo Sei la mia attenzione va ai dubbi e alle ipotesi negative e sono facilmente perso nella proiezione di pensieri ed emozioni sull’altro. Ascolto quanto in me o nell’altro/a sono presenti minacce al mio senso di sicurezza, l’uso adeguato o improprio dell’autorità, la preoccupazione e l’affidabilità.
Se sono un tipo Sette la mia attenzione va alle possibili limitazioni o forzature e sono facilmente erroneamente convinto/a di sapere già cosa l’altro/a ha da dire. Ascolto quanto in me o nell’altro/a sono presenti segnali di riconoscimento delle mie doti e abilità, possibilità di soddisfazione dei miei bisogni, leggerezza e positività.
Se sono un tipo Otto la mia attenzione va al controllo sulla situazione e divento facilmente sfrontato/a e autoritario/a. Ascolto quanto in me o nell’altro/a sono presenti segnali di impatto e intimidazione, il biasimo, la disonestà, la debolezza o la forza, l’umorismo, l’eccesso di dettagli o la visione d’insieme.
Se sono un tipo Nove la mia attenzione va alla possibilità di essere ignorato/a o sminuito/a e sono facilmente accomodante e perso in lunghe spiegazioni. Ascolto quanto in me o nell’altro/a sono presenti visioni opposte, richieste di cambiamento o interferenze alla mia quiete, imparzialità e gentilezza.
Se ho un istinto di Conservazione dominante la mia attenzione va a ciò che riguarda la mia sicurezza personale e divento facilmente rigido/a e rigoroso/a. Ascolto quanto in me o nell’altro/a sono presenti richieste che riguardano le mie risorse, l’autosufficienza, il pragmatismo, la prudenza e la praticità.
Se ho un istinto Sessuale dominante la mia attenzione va al magnetismo e alla stimolazione e divento facilmente perso in qualcosa o qualcuno. Ascolto quanto in me o nell’altro/a sono presenti vitalità, magnetismo, carisma, risonanza, intensa connessione, possibilità di novità e cambiamento.
Se ho un istinto Sociale dominante la mia attenzione va ai legami e ai ruoli e divento facilmente perso/a in discorsi superficiali e preconcetti. Ascolto quanto in me o nell’altro/a sono presenti una buona o cattiva reputazione, la capacità di adattamento, l’apprezzamento, la reciprocità, il sostegno e la cooperazione.
Questi luoghi di attenzione vogliono recuperare il senso di sé e l’immagine di sé ordinari. Possono essere informati da diversi livelli di consapevolezza e sono tanto univoci quanto siamo intrappolati nella struttura del nostro tipo e istinto dominanti.
Quando voglio rassicurare qualcuno senza verificare che l’altro ne abbia bisogno, sto disconoscendo la sua esperienza e sto ascoltando il mio bisogno di rassicurare la mia immagine di me stesso/a.
Quando voglio raccontare un accadimento analogo a quello che mi è appena stato raccontato, sto disconoscendo l’altro e sto ascoltando il mio bisogno di competere.
Quando propino suggerimenti senza appurare che siano benvenuti sto disconoscendo l’altro e sto ascoltando il mio bisogno di sentirmi migliore.
Quando cerco di risolvere senza che mi sia stato chiesto sto disconoscendo l’altro e sto ascoltando il mio bisogno di sfuggire all’ansia dell’incertezza.
Quando interrogo l’altro riguardo ai suoi sentimenti o raccolgo dati della sua esperienza lo sto disconoscendo e sto ascoltando il mio bisogno di dare immediato senso a tutto.
Gli automatismi dei tipi e degli istinti sono sempre presenti, non spariranno neanche dopo tantissimi anni di lavoro di conoscenza di sé. Ma possono essere coscienti, riconosciuti e visti per quello che sono: delle strategie della macchina che non offriranno mai ciò che stiamo davvero cercando. Possiamo imparare ad accorgerci della direzione della nostra attenzione e del contenuto specifico che stiamo ascoltando. Possiamo allenarci a spostare l’attenzione verso il silenzio della mente, la calma nel cuore e lo spazio nel corpo che aprono all’ascolto.
Non importa in quale tipo e istinto dominante ci riconosciamo e quale Centro abbiamo necessità di coinvolgere per uscire dalla prigione della macchina e nutrire la presenza: per tutti si parte sempre dal corpo. Nella mia esperienza fino a oggi è impossibile cambiare la qualità della nostra coscienza in modo solido e duraturo senza coinvolgerlo. Improbabile ascoltare la realtà di questo momento senza abitare il proprio corpo.
Gurdjieff è stato chiarissimo a riguardo: ciò che non si può trovare nel corpo non si può trovare da nessun’altra parte.
Liberare la verità ed esserci per ascoltarla è il lavoro di una vita.
Maura Amelia Bonanno