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Newsletter dicembre 2022

Che c’è di male nel voler essere felici? Voler avere i propri bisogni soddisfatti ed essere appagati è un impulso elevato e bellissimo. Possiamo concordare sul fatto che ricercare leggerezza e felicità è un desiderio comprensibile e sensato, ma non lo è più quando è una reazione al senso di perdita dell’Essere, una ricerca coatta e inconsapevole di ricreare l’idea che abbiamo dell’esperienza della beatitudine e della completezza. Vogliamo sentirci gioiosi, spontanei, parte di un universo pieno di possibilità, sempre nuovo e al contempo eterno, e finiamo per chiuderci in una prigione di egocentrismo e superficialità.
Libertà e felicità sono temi molto gettonati nei circoli spirituali e della crescita personale. In questo anelito a una vita piena di meraviglia e gratitudine si nascondono tuttavia diverse possibili trappole. Molti individui vogliono sperimentare il più possibile per raggiungere l’illuminazione, la beatitudine eterna che elimini il dolore e permetta loro di sentirsi meglio.
Un desiderio che si basa sul preconcetto che gli insegnamenti spirituali siano al servizio di se stessi, una via di gratificazione spirituale che annienti la propria paura, la propria preoccupazione, il proprio dolore, la propria frustrazione, la propria ansia.
Questo preconcetto porta a una interminabile ricerca di soddisfazione, mascherata da bisogno spirituale. Per alcuni la ricerca è in diverse direzioni contemporanee nel mercato New-age, muovendosi fra molte tradizioni, percorsi e pratiche, tuttavia senza reale partecipazione, impegno e profondità in alcuna di esse. Altri si dedicano a una cultura fai da te mischiando le dottrine e usando diversi insegnamenti per riformulare la propria esperienza.

La trappola è che quando la libertà e la felicità si basano sulla fuga dal dolore o sulla ricerca di un modo per sentirsi meglio, ci si imbarca nella direzione inversa a quella anelata. Sappiamo quanto l’approccio New-age alle persone ed alle esperienze si basi su un’immagine e un concetto di spiritualità idealizzati e su un imperversante relativismo e pluralismo. La credenza di poter prendere e usare solo ciò che delle dottrine e degli insegnamenti ci conviene porta alla fuga dalle responsabilità con noi stessi e con gli altri, a non avere a che fare veramente con il mondo. È un orientamento univoco al piacere e al godimento della vita, disinibito, impulsivo, incapace di discriminare ciò di cui si ha veramente bisogno e di dire “no” a se stessi. È un’attitudine che alimenta la creazione di una fantastica immagine arrogante riguardo l’essere già oltre o evoluti, “quasi illuminati”. Una direzione dell’ego spirituale che arriva addirittura a fantasticare lo sviluppo di nuove specie evolute di cui ovviamente si fa parte a discapito di altre che poverine sono destinate a sparire perché poco consapevoli. Il Darwinismo della spiritualità narcisista. Porta a un iperattività e bulimia di esperienze, a un voler avere costantemente opzioni multiple aperte, che si traduce nel non esercitare la vera libertà di scegliere, intrappolandosi da soli. Provoca un senso di frustrazione pungente e nervosa rispetto agli accadimenti e mantiene l’ansia e la rabbia inconsapevoli. Spinge a volere aggressivamente soddisfazione istantanea. Nutre la proiezione che l’ambiente e le persone siano l’impedimento a ottenere ciò che si vuole. L’ecletticità che nutre questo schema vive con la convinzione che scegliere significhi perdere opzioni, che è necessario fare cose per cercare di rendersi felici ed evitare qualsiasi sensazione ed emozione sgradevoli. Provoca insensibilità e durezza verso i sentimenti degli altri e trasforma la spontaneità e la leggerezza in impulsività e sfacciataggine. Sono gli altri a non essere capaci di divertirsi e godersi la vita abbastanza, che sono pesanti, che non sono liberi, che dovrebbero soddisfare le nostre richieste.

Spesso al dialogo interno ricco di giudizi assoluti circa quanto esplorare in profondità il mondo interiore sia pericoloso e inutile e quanto è importante che tutto sia piacevole, si accompagnano la dolorosa esperienza emotiva di panico o depressione e specifiche tensioni fisiche nella zona del collo, degli occhi e delle gambe. La sensazione è quella di essere imprigionati nelle sabbie mobili, debilitati, esauriti.
Per incontrare la pratica spirituale a noi adeguata è necessario sperimentarne forse più di una, tuttavia perché la ricerca possa condurre a uno spazio di gioia e libertà a un certo punto sono necessarie attenzione univoca, partecipazione, costanza e spesso disciplina. Senza queste caratteristiche, la ricerca e le esperienze sono una sorta di consumismo motivato dalla paura, dalla frustrazione e dalla sfiducia, non dall’amore.
La spontaneità e la creatività non sanno necessariamente prima in che modo si manifestano, sono disponibilità a sperimentare il mistero, a scoprire ciò che accade, senza selezionare solo ciò che pare offra libertà e che sembra avere un finale felice magari anche pre-immaginato. L’accettazione di tutte le proprie emozioni, sia quelle piacevoli sia quelle difficili, che accompagna le reali trasformazioni è possibile solo con l’attraversare e il vivere pienamente anche le esperienze che si tende a giudicare pesanti, da cui si vorrebbe scappare. Il rifiuto di parti di se stessi, soprattutto quando non riconosciuto, porta anche al rifiuto dell’altro ed è dolorosissimo. È un costante abbandono di se. È masochismo, disperazione.

Qualcuno ora ha già compreso che le qualità dell’esperienza che sto descrivendo appartengono al punto Sette dentro ognuno di noi. Ovviamente molto più forti e radicate per chi vive in questo territorio, il tipo Sette. Tuttavia è importante riconoscere quanto tutti, indipendentemente dal tipo in cui ci riconosciamo, abbiamo accesso alle qualità di questo punto, soprattutto quando siamo nell’area della ricerca di libertà e felicità.
C’è una parte di noi che costantemente scappa, che fugge dal lato oscuro del nostro esistere, dal senso di insoddisfazione, che vuole essere propositiva e allegra e che vuole che tutti lo siano. Una parte che nell’impulsività e indulgenza con se stessi cerca di creare una falsa versione della libertà che mai potrà soddisfarci. Tutti abbiamo fatto esperienza del preferire riempirsi di attività e piani al rimanere abbastanza a lungo con qualcosa fino a quando non si chiarisce, concentrati e desiderosi di andare a fondo.
A rendere ancora più complicato questo schema c’è il fatto che il punto Sette in ognuno di noi è in perenne conflitto con un’altra parte, quella che teme il piacere tanto quanto teme il dolore, che si ritira da entrambi e che non vuole vedere che stiamo vivendo schiavi di noi stessi. Che non sa come connettersi da cuore a cuore e maschera questo disagio con la distrazione, lo scherzo, il divertimento e l’eccitazione. Sotto il tappeto dell’ottimismo e dell’energia positiva ci sono pensieri cupi, freddi e senso di oppressione.
Come pratica per scoprire il nostro punto Sette bloccato nello schema limitante potremmo per qualche giorno osservare l’energia della frustrazione e quella della noia dentro di noi. Quando ci sentiamo frustrati o annoiati possiamo fermarci, respirare e notare a cosa assomigliano queste sensazioni, cosa succede se le sentiamo invece di esprimerle o distrarci da esse. Poi è utile intercettare una reazione tipica di questi momenti: un pensiero, un’emozione o una sensazione fisica. Conoscere come funzioniamo nella mente, nel cuore e nell’agire è l’unica via di libertà dall’automatismo.

Il paradosso è che possiamo essere davvero liberi e felici solo se rimaniamo emotivamente nella situazione presente, senza scappare ne distrarci. La gratitudine per ciò che sta accadendo è il passo fondamentale che questo punto ci invita a fare perché la libertà e la soddisfazione siano reali. La manipolazione mentale delle proprie esperienze per evitare di provare un possibile dolore emotivo è una caratteristica importante del punto Sette a Livelli medi e bassi, ben mascherata dalla positività e dallo sforzo di pianificare esperienze felici, attitudini che implicano il presumere che la reale soddisfazione non possa essere in ciò che è già qui. Essere presente con ciò che è qui ora senza fuggire è essere liberi da immaginari e illusori scenari, liberi dalla coazione alla fuga, cosa ben diversa dall’essere limitati da ciò che è qui ora.
È necessario rendersi conto di essere finiti nella trappola per poterla accogliere e per intenzionalmente permettere un movimento oltre la essa. Consapevolmente immergersi nell’esperienza emotiva, senza reprimere o allontanare ciò che percepiamo potenzialmente pericoloso o giudichiamo inutile. Questo permette di scoprire che non siamo soddisfatti perché in realtà non sappiamo di cosa abbiamo bisogno. Solo sperimentando la nostra insoddisfazione siamo in grado di scoprire di quale nutrimento abbiamo davvero bisogno e di imparare a usare la nostra libertà.
Il primo sostegno per vivere le emozioni per quello che sono è la presenza nel corpo. Non nell’idea che ne abbiamo, non solo se ci fa sentire emotivamente bene, bensì proprio nei sensi, nei muscoli, nel sangue, nelle ossa, nelle viscere. E poi lasciare spazio alla alla curiosità e al desiderio di esplorare ciò che accade perché è questo che allarga i nostri orizzonti. Tutto ciò aiuta a rimanere connessi all’interiore senso di meraviglia e gratitudine. A comprendere che quando siamo presenti a noi stessi siamo arricchiti da tutto perché non ci perdiamo nulla. Tutto è affascinante, interessante e soddisfacente, tutto è un dono pieno di illimitato e ottimizzante potenziale e di libertà.

Abbiamo bisogno di sviluppare consapevolezza e comprensione riguardo a cosa significa essere umani nel nostro tempo. Al manifestarsi della coscienza nel vasto disegno di cui noi tutti siamo parte, perché ciò apre la possibilità di riconoscere il proposito. Senza uno scopo elevato sprechiamo la nostra vita perché si può essere consapevoli senza necessariamente essere liberi. Quando contattiamo il proposito troviamo la forza di rinunciare al nostro narcisismo e interesse egoistici. Nel grade disegno, il motivo per il quale desideriamo impegnarci in pratiche spirituali o in qualsiasi forma di affinamento di noi stessi è per rimuovere tutti gli ostacoli e permettere al nostro potenziale di partecipare con tutto il cuore in quel disegno. Riconosciamo la responsabilità dei nostri passi.
Nel tempo in cui viviamo il divario tra i bisogni del mondo e il bisogno degli individui sta cominciando a serrarsi. Il proposito della vita spirituale e il significato dell’illuminazione non possono più solamente riguardare la trascendenza dal mondo. Abbiamo bisogno di spingerci verso una partecipazione cosciente e profonda nella vita che al contempo è sia fonte di felicità e libertà sia possibile solo in un processo di sostegno alla vera libertà, quella della consapevolezza degli schemi automatici e coatti dell’ego.

Il mio augurio è che in questi mesi invernali sia dato spazio alla conoscenza degli aspetti più bui di noi stessi, al nutrire di compassione ai lati scuri del nostro essere umani. Che possiamo conoscerli, amarli e grazie a questo lasciarci toccare dalla gioia e dalla libertà.
Maura Amelia Bonanno